Venerdì 28 novembre 1980 – La ricostruzione non può calpestare la cultura

Riporto un interessante articolo del 1980 tratto da IL MATTINO. Fonte: Quei giorni delle macerie, della paura e della rabbia. EDI. ME – Supplemento al IL MATTINO del 25 gennaio 1981.

Ho solo aggiunto delle note che aiutano contestualizzare gli argomenti trattati.

Erano passati solo 5 giorni dal sisma e qualcuno poneva degli aspetti che oggi tornano di grande attualità.

Il 23 novembre è la giornata del ricordo straziante delle tante vittime ma, nello stesso tempo, una data che ha segnato e continua a segnare indelebilmente la nostra cultura.

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IL MATTINO – Anno LXXXIX – Venerdì 28 novembre 1980 – La ricostruzione non può calpestare la cultura – C’è una civiltà contadina da salvare. Attenti ai rischi del dopo.

Articolo di Ettore Serio [1]

Gran parte dei paesi distrutti fanno parte di quel Sud che i vecchi meridionalisti definivano “l’osso dell’osso”. Erano stati costruiti sulla montagna per difendersi, come ricorda Compagna [2], “dalla malaria delle basse paludi, dai briganti della strada, dai predoni saraceni del mare”. E la loro stessa posizione geografica ha contribuito a tenerli staccati dal resto del Paese, a non farli toccare da quel “miracolo” che Francesco De Sanctis, che era di queste parti, si aspettava nel 1874 dall’industria, dal commercio e dall’agricoltura, grandi “motori di trasformazione”. Ora che il terremoto li ha rasi al suolo cogliendoli semi-svuotati dall’emigrazione, raggiungibili con grandi difficoltà dalle ruspe e dai mezzi di soccorso, ci si comincia a chiedere se sia giusto ricostruirli allo stesso posto.

Una domanda che correva anche nei giorni del Belice, dove i problemi, del resto, erano gli stessi. Anche là emigrazione, campi aridi, mancanza di industrie e conseguente voglia di cambiare tutto, come sembra volere oggi Giuseppe Zamberletti [3], se è vera l’intervista riferita da un giornale secondo la quale il commissario governativo avrebbe intenzione di organizzare un esodo ben ordinato degli scampati verso i1 Nord, perché “in questi paesi non ci sono attività produttive e dunque non c’è bisogno che la gente resti a soffrire”. E’ probabile, anzi augurabile, che la frase di Zamberletti sia stata interpretata male. Pensare all’emigrazione come metodo risolutivo di una catastrofe è come teorizzare la soluzione della questione meridionale mediante l’eliminazione fisica dell’ “osso” del Sud. Ma, paradosso a parte, il problema del “dopo” esiste, perché ricostruire le case distrutte allo stesso posto, senza affrontare contemporaneamente il problema della gente che dovrà tornare ad abitarci, significa spendere centinaia di miliardi per perpetuare il sottosviluppo.

Questa esigenza è stata già posta dal ministro per il Mezzogiorno Nicola Capria [4], convinto che “bisogna trovare un punto di equilibrio fra le esigenze umane, culturali, storiche della gente e le prospettive di uno sviluppo nuovo. Il pericolo è che la gente se ne vada via”. Capria, che è stato a lungo deputato regionale In Sicilia, pensa evidentemente all’esperienza del Belice [5]. E anche se il riferimento a quelle vicende può sembrare in questi giorni ossessivo, si tratta di un passaggio obbligato. Non tanto per gli scandali e gli sperperi che hanno accompagnato la rinascita di quelle zone terremotate, quanto perché il Belice rappresenta il più grande fallimento dell’utopia programmatrice del centro-sinistra. Il problema è, insomma, che bisogna guardarsi sia dalla corruzione che dalle buone intenzioni. Nel Belice ci sono state sia l’una che le altre, in un impasto reso più vischioso dalle inadempienze del governo che ha fatto cadere una parte fondamentale del programma di ricostruzione, quella che prevedeva gli interventi compresi nel famigerato “pacchetto Colombo” diretti ad assicurare lo sviluppo economico della zona.

Le industrie promesse, naturalmente, non sono arrivate e hanno avuto mano libera soltanto architetti e ingegneri. Il risultato è noto: strade bellissime che non portano da nessuna parte, paesi ricostruiti con criteri californiani, con il garage per la macchina ma non la stalla per il mulo che i contadini continuano ad usare. Una intera popolazione è stata inserita con violenza in un ambiente non suo, facendole perdere le sue radici culturali. Mentre intorno la situazione economica era rimasta quella di prima, sanata, come sempre nella storia del Mezzogiorno, con la ripresa dell’emigrazione. Il rischio che corrono oggi l’Irpinia e la Basilicata è identico, con la differenza che la valvola dell’emigrazione non funziona più, perché la crisi è arrivata anche in Europa e i nostri lavoratori sono costretti a tornare indietro. Progetti futuristici, dunque, non sono possibili. Si può discutere se sia giusto rifare un Comune sulla vetta della montagna o più a valle. Ma non si può pensare di stravolgere le radici culturali delle zone distrutte. La ricostruzione, come dice Capria, deve diventare una parte della politica meridionalistica, una fase del riassetto degli squilibri del Paese. Perché il problema del Mezzogiorno non si risolve desertificando le zone più povere e perché – citando sempre De Sanctis – “la civiltà di un popolo non è alla cima ma alla base”.

NOTE:

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[1] IL MATTINO – direttore Roberto Ciuni – redazione di Napoli;

[2] Francesco Compagna (Napoli, 31 luglio 1921 – Capri, 24 luglio 1982) è stato un politico italiano e ministro della Repubblica. È stato giornalista e professore universitario di geografia politica ed economica. Ha fondato nel 1954 Nord e Sud; ha collaborato inoltre con il Mondo diretto da Mario Pannunzio. Miltante prima nella sinistra del Partito Liberale Italiano e dopo nel Partito Radicale, diventa poi deputato al parlamento italiano, eletto nelle liste del Partito Repubblicano Italiano nella circoscrizione elettorale del collegio Napoli-Caserta dal 1968. Fu sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri quando a palazzo Chigi sedeva Giovanni Spadolini;

[3] Giuseppe Zamberletti, VIII Legislatura. Commissario del Governo incaricato del coordinamento dei soccorsi con nomina del 24.11.1980. Governo Forlani (18.10.1980 – 28.06.1981). Successivamente Ministro per il nuovo Coordinamento della Protezione Civile (Mandati ministeriali per la Protezione Civile: 28 giugno 1981 – 1 dicembre 1982; 26 marzo 1984 – 17 aprile 1987);

[4] Nicola Capria, Ministro senza portafoglio. VIII Legislatura. Interventi straordinari nel Mezzogiorno. Governo Forlani (18.10.1980 – 28.06.1981); Fonte: Camera dei deputati (http://www.governo.it/);

[5] evento sismico di magnitudo 6,4 che, nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, colpì una vasta area della Sicilia occidentale compresa tra la Provincia di Agrigento, quella di Trapani e quella di Palermo.

Laviano (SA) - Terremotati davanti una tenda - Novembre 1980 - Foto L. D'Alessandro

~ di mp su 23 novembre 2010.

Una Risposta to “Venerdì 28 novembre 1980 – La ricostruzione non può calpestare la cultura”

  1. “bisogna guardarsi sia dalla corruzione che dalle buone intenzioni”: dell’Irpinia della ricostruzione si può dire che le seconde hanno spesso condotto alla prima, ma anche che quest’ultima ha fatto molta strada anche da sola. Più in generale, l’articolo di Serio dimostra, attraverso la memoria del Belice che diventa ‘preveggenza sull’Irpinia post-sisma (basti pensare alle fabbriche non arrivate in Belice che da noi sono venute solo a fare rifornimento di finanziamenti e a seminare illusioni), quanto la memoria fatta soprattutto di immagini e parole sia fondamentale per affrontare il presente e progettare il futuro.

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